Il mercato e' una finzione (articolo lungo)

(pubblicato su http://www.donjuan-online.org)

Stato e mercato, realtà e finzione

Uno scritto di Frédéric Bastiat, economista francese del diciannovesimo
secolo, noto per le sue idee ultraliberali, si intitola curiosamente "Lo
Stato è una finzione". Si tratta di nulla più che una serie di invettive
contro l'intervento dello Stato in economia, dal marcato sapore
tardottocentesco; ma il titolo resta innegabilmente impresso nella mente
del lettore. E, data l'opposizione Stato/mercato che le posizioni
dell'autore evocano immediatamente, viene spontaneo chiedersi: se lo Stato
è una finzione, che cosa è il mercato?

La visione popolare del mercato come luogo fisico, che riunisce
periodicamente venditori e compratori, è qualcosa di concreto, presente
all'esperienza degli europei fin dal Medioevo: la piazza dove si
affollavano il sabato mattina i contadini dei dintorni con le loro ceste
di frutta e verdura, e i cittadini venuti a fare la spesa per tutta la
settimana, è quanto di più lontano si possa immaginare da una finzione. Ma
ai colori e alle grida della piazza la parola mercato affianca ai nostri
giorni un'immagine diversa, che accompagna gli studenti di economia fin
dalle prime lezioni universitarie, e che traspare del resto da quotidiani,
riviste, telegiornali, specie di settore, come il "Sole 24 Ore" o "TG
Economia". In questi ambiti, si tende ad usare il termine mercato per
indicare un luogo metaforico, una sorta di insieme di contrattazioni e
transazioni tra soggetti vari, del tutto indipendentemente dalla loro
eventuale prossimità fisica.

Si tratta di una nozione inesistente in epoca premoderna, e che si è sviluppata gradualmente dal Settecento in
poi, fino a divenire oggi ovvia per tutti coloro che, a vario titolo, si
occupano di economia.

E' questa seconda interpretazione che dà senso all'opposizione tra mercato
e Stato, come la si trova in Bastiat e in molti altri autori liberisti: il
termine mercato viene usato per designare l'esito sociale capace di
autogenerarsi dall'interazione delle azioni individuali, autonomo da ogni
forma di coordinazione dall'alto. Il sistema, dicono i liberisti, è in
grado di andare avanti da solo, e ogni tentativo di manipolazione da parte
delle autorità potrebbe rivelarsi portatore di conseguenze disastrose. Di
qui le battaglie e le polemiche contro l'ingerenza dello Stato in economia
e le messe cantate al libero mercato, dai tempi di Bastiat a oggi.

Ma che cos'è in realtà quel processo sociale, per indicare il quale siamo
stati abituati ad usare la parola mercato? Che cosa significa, più
precisamente, la nozione moderna di mercato? Su quali basi la scienza
economica ne giustifica la presenza e ne spiega il funzionamento? Un
approfondimento iniziale delle nostre conoscenze in materia potrebbe
essere costituito da una ricerca sul New Palgrave, il dizionario di
economia più autorevole del mondo, vera e propria Bibbia per specialisti,
studenti e curiosi. Con grande sorpresa del lettore, la voce "market" non
è presente. A tale inattesa assenza si può forse rimediare provando a
cercare una definizione del mercato in qualche manuale di economia
standard, qualcuno di quelli usati come libri di testo nelle Università,
come il Varian o il Dornbusch - Fisher.

Purtroppo, nemmeno questa ricerca
sembra rivelarsi particolarmente fruttuosa. Eppure, non è difficile
rendersi conto che non solo i media, ma anche la quasi totalità della letteratura economica contemporanea fanno abbondantemente uso della parola
mercato. L'unica strada percorribile è allora un'altra: occorre provare a
rileggere la teoria economica, per tentare di ricostruire la
rappresentazione del mercato in essa implicitamente contenuta.

Il mondo visto dagli economisti

Quale immagine del mondo ci viene dall'analisi economica mainstream,
quella che si insegna nelle Università e che raccoglie il consenso della
maggior parte degli economisti, in ogni parte del mondo? Un sistema
economico è visto come un insieme di individui. Ciascuno di essi ha i suoi
personali gusti, preferenze, desideri, obiettivi, che la disciplina
economica si limita a considerare come "dati", senza occuparsene
direttamente, ritenendo che costituiscano il campo di indagine di altre
scienze (la psicologia, la sociologia, ecc.). Ciascuno di questi individui
possiede una certa dotazione di beni (case, terre, azioni, ecc.) e di
capacità (naturali e/o acquisite attraverso l'educazione e l'esperienza).

Naturalmente, non tutti gli individui possiedono gli stessi beni e le
stesse capacità, né le possiedono in quantità identiche: bisogna tenere
conto delle diseguaglianze nella distribuzione delle ricchezze e delle
diversità esistenti fra un soggetto e l'altro, siano esse innate o
apprese. Ma andiamo al sodo: quel che più che ogni altra cosa conta per la
teoria economica è il fatto che ciascuno possa utilizzare come meglio
crede ciò che gli appartiene, al fine di soddisfare le sue esigenze e i
suoi desideri. La teoria riproduce così una realtà specifica del mondo
occidentale moderno: la libertà degli individui in un sistema di proprietà
privata. Naturalmente, non ci interessa qui l'aspetto giuridico del
concetto di proprietà privata, ma soltanto il suo contenuto economico,
vale a dire l'idea che ciascuno possa scegliere in piena sovranità cosa
fare delle risorse che possiede. Non esiste alcuna autorità centrale che
imponga ai singoli come utilizzare le loro ricchezze. Al contrario, le
decisioni vengono per così dire decentralizzate: ogni individuo è un polo
decisionale autonomo, e il sistema nel suo complesso non è costituito da
un centro e una periferia, ma è una rete policentrica.

Due precisazioni si impongono a questo punto. In primo luogo, nella teoria
economica, tutte queste decisioni personali si esprimono sotto forma di
domande ed offerte individuali di beni e servizi. Per esempio, la
decisione di andare stasera al ristorante è vista come una domanda di
beni, la decisione di accettare un posto di impiegato statale è
rappresentata come un'offerta di un certo numero di ore di lavoro, la
decisione di risparmiare una parte dei propri guadagni viene considerata
alla stregua di una domanda di beni futuri, ecc. Si tratta di una sorta di
traduzione in dati quantitativi precisi (domanda di 1 pasto al ristorante,
offerta di 35 ore di lavoro a settimana, ecc.) delle multiformi decisioni
dei singoli, in modo da permetterne un'analisi il più possibile rigorosa.

In secondo luogo, il fatto che ciascuno agisca in maniera sovrana e libera
implica che le decisioni di ogni individuo vengano prese senza
necessariamente conoscere quelle altrui. Nessuno è in grado di prevedere
esattamente i risultati delle proprie azioni, perché questi dipendono
dall'interazione fra le proprie decisioni e quelle di tutti gli altri, fra
le proprie offerte e domande di beni e servizi e quelle di tutti gli
altri, che non sono a priori note. L'incertezza è dunque una
caratteristica essenziale del sistema, strettamente legata alle altre:
libertà, proprietà privata e decentralizzazione delle decisioni.

La problematica della compatibilità

E' essenziale che le scelte di tutti i soggetti che compongono il sistema
siano fra di loro compatibili. Altrimenti, gli obiettivi individuali non
sarebbero soddisfatti, o lo sarebbero solo in parte. Facciamo un esempio.
Potrebbe accadere che un impiegato di un'impresa privata decida di
accendere un mutuo presso una banca per acquistare un appartamento,
ritenendo di poter continuare a lavorare nella suddetta impresa abbastanza
a lungo da poter finanziare questa spesa. Se però ad un certo punto
l'azienda decide di avviare una politica di riduzione del personale, e
licenzia il nostro impiegato, la decisione presa da quest'ultimo
(l'acquisto dell'appartamento) si rivela incompatibile con quella del suo
datore di lavoro (licenziarlo).

Si crea così uno squilibrio nel sistema:
l'(ex) impiegato deve rinunciare all'appartamento desiderato; la banca
vede sfumare un guadagno che contava di ottenere; altre persone ancora
potrebbero risentirne in qualche modo (per esempio l'agenzia immobiliare, il notaio, i familiari dell'impiegato, ecc.). In caso di
incompatibilità fra decisioni di individui diversi, come nel nostro
esempio l'azienda e il suo dipendente, alcune delle parti in causa non
riescono a realizzare i loro progetti. E' evidente che, se le decisioni
individuali fossero sistematicamente incompatibili, il risultato sociale
sarebbe catastrofico.

E' dunque necessario chiedersi a quali risultati conduca la strutturazione
dei rapporti sociali descritta più sopra, fondata su libertà, proprietà
privata, decentralizzazione delle decisioni, incertezza. Quali conseguenze
può avere la mancanza di una volontà centrale che orienti il sistema in un
qualche senso, verso un qualche obiettivo? A priori, sembrerebbe che
l'assenza di una pianificazione, di una coordinazione centralizzata di
tutte le azioni di tutti gli individui conduca facilmente al caos, ad una
situazione di incompatibilità fra le scelte dell'uno e quelle dell'altro.
Però l'economia politica, da quando si è costituita nel corso del
diciottesimo secolo, ci dice che un disastro del genere potrebbe non
verificarsi se esistesse un meccanismo capace di rendere compatibili le
decisioni decentralizzate in un sistema di proprietà privata.

Per
meccanismo l'economia politica intende un processo sociale, nato
spontaneamente dall'interazione di tante azioni e volontà individuali, ma indipendente da esse (e, analogamente, indipendente dalla volontà
politica), il cui esito non può essere conosciuto dai singoli che ex post.

La bontà del risultato sarebbe dunque assicurata a posteriori. Da Richard
Cantillon (1755) fino ad oggi, tutti gli economisti, di qualunque
orientamento teorico, hanno affermato l'esistenza di un tale meccanismo.
Due noti teorici contemporanei scrivono a ragione che: "the notion that a
social system moved by independent actions in pursuit of different values
is consistent with a final coherent state of balance […] is surely the
most important contribution that economic thought has made to the
understanding of social processes" [Arrow / Hahn, 1980, p. 1].

Sembra evidente a questo punto che un tale meccanismo miracoloso non possa
essere che il mercato. Quest'ultimo sarebbe allora il processo in grado di
produrre ordine sociale a partire dal principio della libertà di scelta
individuale. Siamo così giunti ad una primo abbozzo di definizione. per
vedere la cosa più in dettaglio, dobbiamo ora tenere presente che mercato
vuol dire essenzialmente meccanismo dei prezzi. L'economia politica
standard ritiene cioè che siano le variazioni dei prezzi, ingenerate dai
movimenti della domanda e dell'offerta, a retroagire su queste ultime,
regolandole fino a renderle compatibili fra di loro. Tutto questo
automaticamente, senza controlli da parte di nessuna autorità centrale.
Analogamente al linguaggio, il meccanismo dei prezzi di mercato sembra
essersi messo in moto per così dire da solo, senza che nessuno l'abbia
inventato, senza che nessuno abbia mai avuto nemmeno la capacità di
inventarlo.

Il paragone con il linguaggio è molto interessante e merita di essere sviluppato più a fondo. Come il linguaggio regola lo
scambio comunicativo fra gli esseri umani, così il meccanismo dei prezzi
di mercato sembra dare ordine allo scambio di beni e servizi. Come il
linguaggio può essere utilizzato anche da chi non conosce a fondo
grammatica e sintassi, il funzionamento del meccanismo dei prezzi pare
prescindere dalla capacità umana di comprenderlo. Prodotto dalla cultura,
diviene a sua volta un presupposto della cultura. E' un tema che non può
mancare di affascinare. Non sorprende perciò trovare considerazioni del
tipo: "At the heart of economics is a scientific mystery:

How is it that
the pricing system accomplishes the world's work without anyone being in
charge? [...] The pricing system -how is order produced from freedom of
choice? - is a scientific mystery as deep, fundamental, and inspiring as
that of the expanding universe or the forces that bind matter" [Vernon
Smith, 1982, p. 952]. Oppure "I am convinced that if it
[the price mechanism] were the result of deliberate human design, and if
the people guided by the price changes understood that their decisions
have significance far beyond their immediate aim, this mechanism would
have been acclaimed as one of the greatest triumphs of the human mind"
[von Hayek, 1948, p. 87]. Si spiega dunque come mai la comprensione del
meccanismo dei prezzi e del suo ruolo coordinatore costituiscano una
questione centrale in economia politica; anzi, forse, la grande questione
attorno alla quale cui la disciplina, fin dagli sforzi pionieristici del
diciottesimo secolo, si è costituita.

Prezzi di mercato, domanda, offerta, ordine?

Ma come funziona il meccanismo dei prezzi? Proviamo per il momento a dare
una risposta intuitiva, di cui verificheremo la robustezza in seguito.
Consideriamo una merce qualsiasi, per esempio una Fiat Cinquecento usata.
Il punto di partenza, come oramai sappiamo, sono le decisioni individuali:
alcuni proprietari scelgono di mettere in vendita le loro Cinquecento,
mentre altri soggetti, che desiderano procurarsi questo tipo di auto, la
richiedono ai rivenditori. Come abbiamo visto più sopra, le decisioni si
manifestano sotto forma di domande ed offerte individuali. Non sono però
queste ultime le variabili che bisogna qui considerare, ma piuttosto
l'offerta complessiva, cioè la somma delle Fiat Cinquecento messe in
vendita, e la domanda complessiva, vale a dire il numero totale di
Cinquecento richieste. Supponiamo che l'offerta globale sia sproporzionata
(troppo alta o troppo bassa) rispetto alla domanda: per esempio, 400 auto
messe in vendita contro 270 richieste. In assenza di aggiustamenti, 130 offerenti non riuscirebbero a realizzare il loro
progetto di vendere l'auto.

Però il meccanismo di mercato potrebbe
intervenire, modificando il prezzo delle Cinquecento usate in modo da
indurre variazioni della domanda e dell'offerta. Se il prezzo scende, può
darsi che alcune persone, le quali non ritenevano conveniente l'acquisto
di questa macchina al valore precedente, lo trovino interessante alle
nuove condizioni; può inoltre darsi che, al tempo stesso, alcuni
proprietari non trovino più vantaggiosa la vendita, giudicando il nuovo
prezzo troppo basso; la domanda complessiva dunque potrebbe aumentare, e
l'offerta complessiva diminuire, e le due potrebbero anche giungere ad
eguagliarsi, di modo che tutti gli offerenti riescano a vendere e tutti i
richiedenti ad acquistare. Aggiustamenti della domanda e dell'offerta
complessive potrebbero anche derivare da variazioni del prezzo di merci
diverse.

Per esempio, un rialzo del prezzo della Cinquecento nuova potrebbe indurre alcuni dei potenziali compratori ad orientarsi verso il
mercato dell'usato, contribuendo dunque ad accrescere la domanda di
Cinquecento di seconda mano.

A questo punto è cruciale stabilire se la nostra descrizione
approssimativa di come il meccanismo dei prezzi regoli il sistema
economico, agendo sulla domanda e sull'offerta, sia in grado di resistere
ad un esame più approfondito. Il mercato funziona davvero come noi
l'abbiamo immaginato? Può giungere davvero ad eguagliare domande ed
offerte di tutte le merci, facendo in modo che tutti possano ottenere
effettivamente ciò che desiderano?

Gli economisti hanno lavorato molto intensamente su questi temi, dal
secondo dopoguerra in poi. Le loro fatiche sono state in parte coronate da
successo: negli anni Cinquanta è stato matematicamente dimostrato che, in
un sistema con proprietà privata e decisioni decentralizzate, è possibile
calcolare un insieme di prezzi (uno per ogni merce esistente) tale che,
per ogni mercanzia, l'offerta complessiva eguagli la domanda complessiva.
Se questi sono i prezzi, l'esito globale delle interazioni individuali è
ordinato. I commercianti non si ritrovano ad accumulare scorte invendute
nei magazzini, e i consumatori non sono costretti a fare lunghe file
davanti a negozi dagli scaffali desolatamente vuoti, come in tempo di
guerra. Si dimostra così che parlare di compatibilità delle decisioni
individuali, in assenza di coordinamento da parte di un'autorità centrale,
non è privo di senso. Questo risultato è stato salutato come uno dei più
grossi passi in avanti della teoria economica, dalla sua fondazione in poi.

Tuttavia, la dimostrazione dell'esistenza di un insieme di prezzi per i
quali la domanda e l'offerta complessive di ogni merce sono uguali vuol
dire soltanto che il sistema matematico che schematizza questa situazione
ammette soluzione. Il passaggio dalla matematica all'economia
richiederebbe anche di capire quali sono le modalità di funzionamento del
processo sociale che permettono di ottenere tale soluzione. A partire da
una posizione iniziale qualunque, è il meccanismo dei prezzi in grado di
ingenerare tali e tante variazioni di domanda e offerta complessive delle
varie merci, da condurre il sistema verso lo stato di compatibilità? La
questione è cruciale perché, se così non fosse, si arriverebbe ad una
curiosa situazione in cui, mentre la possibile esistenza di uno stato di
compatibilità delle decisioni individuali decentralizzate sarebbe fuor di
dubbio, bisognerebbe ammettere l'incapacità del sistema di raggiungere
spontaneamente tale stato.

Vorrebbe dire che le forze di mercato sarebbero incapaci di stabilire da se stesse, senza interventi
esterni, quell'insieme di prezzi che rende le scelte dei singoli
compatibili le une con le altre. Il mercato non riuscirebbe dunque a
coordinare le diverse azioni individuali: non possederebbe dunque affatto
la virtù che da più di due secoli gli viene attribuita.

Per poter far luce su questo problema, è necessario soffermarsi su alcuni
aspetti di particolare rilevanza. In primo luogo bisogna poter stabilire
se il meccanismo di mercato sia dotato di una regola precisa di variazione
dei prezzi in caso di eccesso di domanda o di offerta complessive. Per
chiarire questo punto, riprendiamo l'esempio delle Cinquecento, nel quale
abbiamo supposto che il prezzo diminuisca in caso di eccesso di offerta,
in modo che quest'ultima si riduca e la domanda contemporaneamente
aumenti.

Questo non basta ad affermare che si raggiungerà sicuramente una
situazione di compatibilità, perché, per esempio, il prezzo potrebbe
scendere troppo, con il risultato di ridurre talmente tanto l'offerta e
innalzare a livelli talmente alti la domanda, da ingenerare uno squilibrio
opposto, caratterizzato da un eccesso di domanda sull'offerta; il prezzo
tenderebbe allora a salire, ma anche stavolta la variazione potrebbe
essere troppo ampia: il prezzo potrebbe aumentare talmente tanto da creare un nuovo squilibrio di senso contrario al
precedente, ecc. Insomma, il sistema potrebbe continuare ad oscillare da
uno stato di incompatibilità all'altro, senza mai giungere ad eguagliare
domanda ed offerta complessive.

In secondo luogo, è necessario capire come possa fare il meccanismo di
mercato a passare dalle offerte e domande individuali a quelle
complessive. Cerchiamo di precisare la posta in gioco considerando ancora
il caso delle Cinquecento usate. Per poter fare supposizioni
sull'influenza di offerta e domanda sui prezzi, da un lato, e
sull'influenza che i prezzi esercitano su di esse, dall'altro, abbiamo
dovuto ragionare in termini di offerta e domanda complessive, cioè di
somme delle offerte e domande dei singoli. Nessun ragionamento può essere
fatto senza passare per l'operazione di addizione. Ma chi effettua questo
calcolo, se non sono né i singoli (dato che il meccanismo di mercato
trascende gli individui) né un'autorità centrale (per definizione assente
dallo schema)?

Un terzo aspetto deve essere preso in considerazione. Abbiamo appena detto
che il calcolo dei prezzi che assicurano il risultato di compatibilità
viene effettuato con riferimento alle offerte e domande complessive. Ma il
fatto che la somma di Cinquecento usate domandate possa a questi prezzi
essere uguale al numero totale di quelle che vengono messe in vendita non
dice nulla sul modo in cui i vari individui passano dalla dotazione di
beni e capacità, posseduta inizialmente, all'ottenimento di tutto ciò che
consente loro di soddisfare obiettivi, esigenze, desideri. Si suppone che
l'attività economica che consente a ciascuno di passare dalla situazione
iniziale a quella desiderata sia lo scambio. Intuitivamente, il signor X
che possiede, per esempio, una certa quantità di denaro e desidera
acquistare una Cinquecento, deve cedere una parte di quel denaro in cambio
dell'autovettura.

Occorre dunque aggiungere al risultato di cui abbiamo
parlato (la possibilità teorica di calcolare prezzi tali che l'offerta e la domanda complessive di ogni merce siano
uguali) un'analisi approfondita delle modalità con cui si svolgono gli
scambi fra un individuo e l'altro. Tale questione riveste un'importanza
decisiva. In assenza di una spiegazione accettabile di come si svolgano
gli scambi, resteremmo privi di ogni delucidazione sul modo in cui il
meccanismo di mercato funziona. Non potremmo dunque concludere nulla sul
modo in cui il mercato potrebbe generare ordine a partire da un insieme di
decisioni decentralizzate.

Miseria dell'economia politica

Paradossalmente, il maggior problema della teoria economica è che non è
ancora riuscita a trovare risposte soddisfacenti. Malgrado gli sforzi di
quasi trecento anni di ricerca, il funzionamento del meccanismo di mercato
è tuttora avvolto nel più fitto mistero. Nonostante l'impiego massiccio di
strumenti matematici e informatici spesso molto sofisticati, gli
economisti di oggi non ne sanno molto più di quanto potesse immaginare
Cantillon nel primo Settecento.

Simili affermazioni possono sembrare sorprendenti, e bisogna dunque
giustificarle. Tanto per cominciare, ricordiamo che la maggior parte dei
modelli costruiti a partire dal secondo dopoguerra per rappresentare il
funzionamento del mercato abbiano fatto ricorso ad una singolare figura:
quello che i premi Nobel Arrow e Debreu hanno chiamato il "market
participant" e altri autori anglosassoni "auctioneer", noto nella
tradizione italiana come "banditore walrasiano". Si tratta di un agente
fittizio che si suppone raccolga le proposte di offerta e domanda di tutte
le merci da parte di tutti gli individui, calcoli offerte e domande
complessive, poi le confronti fra di loro e proponga una variazione di
prezzo nel caso in cui offerta e domanda di una merce divergano. E' una
sorta di incarnazione del mercato, una raffigurazione sotto forma di
personaggio fisico di quello che si presume essere un meccanismo anonimo
ed impersonale.

E' una finzione, come riconoscono del resto anche illustri teorici: "the fiction of an auctioneer" [Arrow / Hahn, 1971, p. 322].

Molti economisti obietteranno che tale finzione ha almeno avuto il merito
di permettere alla teoria economica di costruire modelli utili per
approfondire l'esame del meccanismo dei prezzi di mercato, che abbiamo
illustrato in forma semplificata per il caso delle auto usate. Purtroppo
questo massiccio sforzo di modellizzazione ha prodotto risultati
deludenti. Negli anni Settanta è stato matematicamente dimostrato che in
un sistema di libertà, proprietà privata e decentralizzazione delle
decisioni, non è possibile stabilire a priori se, partendo da una
qualsiasi situazione iniziale, il sistema si porterà automaticamente verso
la situazione di compatibilità.

E' stato ugualmente provato che, se il
sistema si trova inizialmente in uno stato di compatibilità generale di
tutte le decisioni, e si allontana improvvisamente da esso a causa di uno
shock esterno (gli attentati dell'11 settembre, per esempio), non è
possibile sapere con certezza se tenderà spontaneamente a riportarsi verso la situazione di compatibilità di partenza. Potrebbe rimettere tutto a
posto, o potrebbe continuare ad oscillare indefinitamente da uno
squilibrio all'altro. nessuna previsione di carattere generale può essere
fatta.

I soli tentativi di dimostrazione della capacità del meccanismo dei prezzi
di rendere compatibili le azioni individuali che siano riusciti fanno uso
di ipotesi estremamente restrittive, aventi rilevanza matematica ma
sostanzialmente prive di contenuto economico. Il programma di ricerca
sulla compatibilità delle decisioni individuali decentralizzate si è
scontrato contro limiti invalicabili.

Una delle ragioni per cui questo approccio non ha funzionato è il fatto
che si basa su una metafora, quella del market participant, piuttosto
infelice. Si ritiene infatti che costui operi accentrando tutte le
informazioni provenienti dal sistema, elaborandole e ottenendone segnali
che comunica alla periferia: insomma, paradossalmente assomiglia molto di
più alla tanto esecrata autorità centrale pianificatrice che a quello che
si intende comunemente per meccanismo di mercato! Personificare il mercato
finisce per eliminarne le caratteristiche essenziali, al punto che la
metafora è talmente dissimile da ciò che dovrebbe rappresentare, da
ricordare piuttosto il suo estremo opposto.

E' per questo motivo che gli economisti hanno cercato di sbarazzarsi di
tale scomodo personaggio, costruendo schemi più coerenti con ciò che si
immagina essere il mercato. Diversi modelli che non ne prevedono la
presenza sono stati proposti, negli anni Settanta e Ottanta. Alcuni di
questi hanno ottenuto risultati positivi, nel senso che sono riusciti a
dimostrare la tendenza automatica del meccanismo dei prezzi a rendere
compatibili le decisioni individuali; ma nel complesso andavano incontro a
difficoltà e inconvenienti talmente pesanti da scoraggiarne uno sviluppo
più marcato.

La maggior parte di essi presentava, fra gli altri, il
problema della path-dependency: l'esito finale dipendeva dal percorso
seguito per arrivarvi, per cui non era in ogni caso possibile dedurre
conclusioni di carattere generale sulla tendenza spontanea del sistema a
coordinare in modo soddisfacente le azioni individuali. In sostanza,
nessuna impostazione alternativa si è rivelata migliore di quella con market participant. Perciò i teorici hanno alla fin fine continuato a
preferire l'ingombrante presenza del personaggio fittizio alla sua ancora
più problematica assenza.

Tutte queste difficoltà portano in primo piano la povertà della conoscenza
che gli economisti hanno di come funziona il mercato: è stato detto che si
sono serviti a lungo del market participant perché "no one has a better
idea of how prices are actually changed" [Drazen, 1980, p. 302]. Le
modellizzazioni non funzionano perché non si sa cosa c'è dietro: né come
avvengono gli scambi, né come si formino i prezzi, né come domanda,
offerta e prezzi interagiscano. Insomma, come scrive uno specialista della
materia, "the emperor has no clothes" [Kirman, 1989], il re è nudo. In
trecento anni di teoria economica, che ha voluto fare dell'idea moderna di
mercato il suo oggetto di studio principale, non si è riusciti a dare a
tale nozione un fondamento teorico convincente. Il mercato resta una
nozione evanescente, sfuggente, indefinita: un mito.

Ecco perché non c'è
una voce "market" nel New Palgrave: dato che non si sa cos'è il mercato,
non è possibile darne una definizione e descrizione sufficientemente rigorosa da poter figurare in un dizionario che si
rispetti. L'unica rappresentazione che la teoria economica sia riuscita a
dare del funzionamento del mercato è una strampalata finzione, il market
participant. Una finzione che oltretutto non è servita a molto, dati i
magri risultati a cui è stata capace di condurre.

Scienza e retorica

Quanto detto finora conduce ad una conclusione molto chiara: l'idea che il
sistema economico, lasciato a se stesso, produca automaticamente un
risultato ordinato, non ha alcun fondamento. Non è stato mai dimostrato,
nemmeno in un quadro teorico super - semplificato, nemmeno facendo
astrazione dalle imperfezioni della realtà concreta, che il coordinamento
delle azioni individuali attraverso il mercato conduca sistematicamente ad
esiti sociali positivi. Ne segue che bisogna sempre diffidare della
retorica di coloro che affermano la necessità di liberalizzare i mercati,
spacciandola come un portato della ricerca in campo economico. Non di rado
accade di vedere economisti di fama e politici che in TV o sui giornali
invocano la teoria economica a sostegno delle loro proposte di
liberalizzazione.

Si tratta di un vero e proprio abuso della fiducia che
il grande pubblico ripone nella scienza. Infatti, contrariamente a quanto
vorrebbero far credere, questi economisti e politici non fanno che esprimere opinioni politiche, coerenti con le loro posizioni
ideologiche. Come abbiamo visto, l'analisi economica non è in grado di
apportare nessuna prova a supporto delle loro convinzioni.

Con ciò, si badi bene, non si vuole esprimere in blocco un giudizio
negativo sulle idee liberiste, né tantomeno tessere le lodi della
pianificazione. Si vuole soltanto che tali idee siano prese per quello che
sono realmente: credenze, supportate dalla fede personale, ma prive di
giustificazione oggettiva. In definitiva, liberalizzare o non
liberalizzare, aprire o non aprire i mercati, ridurre o ampliare
l'intervento pubblico in economia, sono sempre e soltanto scelte
politiche, che dipendono dalle opinioni e dai giudizi di valore di
ciascuno su quali siano le caratteristiche ideali della società e a quali
obiettivi collettivi si debba mirare.

Paola