L'economia del dare

Ciao Elena, cari listaroli,

questa è una sorta di lettera aperta. Qualche riflessione che mi
rimbalza in testa da un pò e sulla quale sto basando diverse scelte strategiche.
Sarei molto felice di sapere la vostra a riguardo!

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Le persone "fanno conversazione". Le imprese sono oggetto di conversazione.

Molte aziende procedono a tentoni, seguono le mode, sperimentano sviluppando contenitori di potenziali conversazioni a tempo determinato affidate al fugace interesse dell'utente incuriosito.
Nascono come funghi iniziative da business 2.0 puntualmente lodate da noi web-markettari.

Si cerca di generare conversazioni per innescare l'agognata esclamation sconosciuto > AMICO.

Inizio a pensare che sia concettualmente sbagliato.

Non vorrei edulcorare il concetto ma... alla base dell'amicizia non c'è (solo) conversazione, ma (soprattutto) disponibilità.
Disponibilità che nella rete non può prescindere dalla condivisione delle informazioni.

Contenuti di qualità, selezionati, utili. Temi, testi, video provenienti dalle imprese che, mettendosi in gioco, investono nella relazione per primi, condividendo argomenti per le future, possibili, conversazioni.
Conversazioni tra naviganti! Le persone "fanno conversazione". E dialogano dove gli pare.

L'impresa dovrebbe influenzare i temi e la qualità di quelle possibili conversazioni lavorando sui contenuti stessi non sugli ambienti.

L'eccesso di stimolazioni e informazioni spinge i naviganti a cercare protezione in ambienti circoscritti (cos'è facebook se non il bar di fiducia sotto casa?).
Perché pretendere di concentrarli nella "nostra social community 2.0"? Non rischia d'essere un'ambiente troppo di parte, artificiale, labile?

Non si tratta di un approccio "alla 1.0". Non è un sottrarsi al confronto. Al contrario è una posizione trasparente e onesta.

Io impresa ti apro il mio mondo attraverso i miei contenuti. Tu navigante fanne ciò che vuoi.
Chi è orientato alla total quality non ha nulla da temere.

Chiaro, rimangono alcuni rischi legati al rapporto con la concorrenza...
Ma "DARE" in inglese non significa OSARE?

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Marco Cordioli
cordioli.marco@gmail.com