La professionalità non si impara sui libri

Salve a tutti,

prendo spunto da una mail di Dario Pennino di qualche giorno fa.

Pennino scrive:

<< Giusto. Proprio un bel libro! Due cose, però, caro Giancarlo. Non
dimenticare il coautore, Rob Norton. E poi, un incitamento ai nostri amici
a leggere in inglese. Io questo libro l'ho comprato su Amazon, e letto a
gennaio scorso appena uscito. Se aspettassimo l'uscita dell'edizione in
italiano (semmai dovesse venire) sarebbe troppo tardi, l'economia internet
cambia in fretta. Nel frattempo si perde il business. E tra l'altro, le
traduzioni non rendono fedelmente la cultura e la sensibilità di una
lingua e di un popolo. Un incitamento cari amici a leggere in inglese. Su,
basta pigrizia, l'inglese a noi markettari del web serve come il pane,
altrimenti continuiamo a fare filosofia (in italiano..!) >>

Leggendo questo messaggio ed altri precedenti ho avuto netta la sensazione
di un senso di complesso di inferiorità che noi italiani spesso
dimostriamo nei confronti degli Usa.

Innanzitutto la lettura di un buon libro in lingua madre è sempre un
qualcosa di interessante, ma non parlerei di tempi di attesa come
strumenti di ritardato aggiornamento. Credo che il discorso portato
avanti da Pennino sia fuori tempo: magari negli anni 50 nelle piccole
provincie italiane si sentiva il gap rispetto alla "cultura" dei grandi
centri. Oggi non possiamo porci in questi termini.

Con tutto il rispetto per grossi talenti stranieri, non credo di rimanere
arretrato se leggo un libro della nostra Elena Antognazza rispetto a
quello di Norton e ciò per due motivi:

1) non credo che Norton scriva un libro in due giorni. Spesso le grandi
opere sono frutto di anni di studi. Un buon professionista gli
aggiornamenti professionali li osserva sul mercato e non sui libri. Anche
se leggiamo il libro di Norton lo leggeremo in ritardo rispetto al periodo
focale;

2) osservare il mercato credo sia costruttivo almeno quanto aggiornarsi
con sane letture.

Contrariamente a quanto sostenuto da Pennino, ritengo che un
professionista debba avere una buona struttura "filosofica" rimanendo
sempre molto legato al mercato. Leggere libri non mi sembra proprio un
esempio di operatività e non filosofia:)

Personalmente dunque, (opinione del tutto personale) credo che non occorra
vedere Rob Norton come un santone da seguire per vedere la luce:) Se si
fosse chiamato Roberto Nortoni il suo carisma sarebbe sicuramente visto in
maniera diversa da noi italiani, così bravi a santificare gli stranieri e
a buttarci giù.

La conoscenza della lingua inglese è oramai un must, e su questo concordo
con Pennino. Però sottolineo come mi sia capitato sempre più spesso di
"ammirare" :) professionisti che scopiazzano dalle pseudo novità straniere
e si propongono come innovatori.

La settimana scorsa ho assistito ad un convegno dedicato alle giovani leve
dell'imprenditoria italiana. Al convegno un giovane "esperto" di marketing
(dall'età di circa 34-35 anni) ha affermato: << io ho cominciato quando è
iniziato internet>> ed ha citato un paio di autori stranieri, mettendo
ogni due parole italiane un termine inglese. I più giovani sono rimasti
interessati, ma i professionisti del mestiere hanno trattenuto a stento il
proprio scherno (molti erano professori che lavorano su informatica e
internet da più di 20 anni:)

Dunque l'inglese è necessario e leggere pure... ma la professionalità e
l'esperienza non si imparano sui libri.

Grazie
Leonardo Lasala