Logo e mercato

Ho trovato NO LOGO tanto ideologico da risultare in alcuni tratti
irritante.

Irritante perche' sotto la crosta ideologica ci sono aspetti che meritano
la nostra riflessione.

Sbagliato demonizzare i loghi. Se al super incontriamo un articolo di un
marchio sconosciuto abbiamo qualche esitazione perche' ci manca la
conoscenza di cio' che acquistiamo.

Tuttavia non possiamo ignorare che esistono aziende in cui l'unico valore
e' costituito dal brand.

Partiamo da alcune semplici quanto ovvie considerazioni.

Il meccanismo economico e' questo:

In un mercato di concorrenza perfetta non esistono utili (fatta salva la
remunerazione del capitale investito); questi sono invece massimi in un
regime di monopolio.

Stessa situazione negli acquisti; se siamo gli unici ad acquistare un
certo prodotto (monopsonio) spunteremo prezzi piu' convenienti che se
siamo in concorrenza con altri acquirenti. (Accanto a questi estremi vi
sono delle situazioni intermedie che sono le piu' frequenti,
"confusopolio" compreso.)

Se posseggo un marchio saro' l'unico venditore di oggetti con quel
marchio, e l'unico acquirente di prodotti idonei a portarlo (legalmente).
Non a caso la legislazione sulla tutela dei marchi e' molto vicina a
quella sui brevetti.

Ne segue che la mia capacita' di fare utili e' tanto piu' forte, quanto
piu' forte e' il marchio e percio' riesco ad allontanarmi da un tipo di
mercato concorrenziale.

Un marchio forte e', tra l'altro, una barriera all'ingresso di nuovi
concorrenti.

Tutto cio' ha portato alla nascita di aziende che, paradossalmente, si
occupano piu' di comunicare (il LOGO) che di produrre (le merci).

Ecco che il logo e' diventato lo strumento dei moderni monopoli, e poiche'
e' dimostrato che gli utili di un monopolista sono inferiori agli utili
che la collettività avrebbe in una situazione concorrenziale, e' chiara
l'opportunità di rivedere il giudizio sul LOGO.

Va bene il marchio come indicatore delle caratteristiche di un prodotto,
NO al LOGO come strumento per la creazione di nuovi monopoli.

E' importante che la critica non parta da un'ideologia anticapitalista, ma
in un'ottica liberista. Diminuire l'importanza del logo proprio in quanto
contrario all'efficienza del sistema capitalistico.

Ma attenzione. La forza dei loghi non e' l'unico nemico del liberismo.
Associazioni di categoria (ABI, ANIE, ecc.), ordini professionali,
sindacati di lavoratori, ecc. sono solo alcuni esempi di attori che
incidono sull'evoluzione concorrenziale del mercato.

Trovare il giusto equilibrio tra la salvaguardia dei diritti di cittadini
e imprese, e l'efficienza economica, è la sfida della moderna democrazia.

A questo punto il lessico economico cede il passo al ragionamento
politico, e perciò trovo opportuno fermarmi.

PS: Un corollario delle riflessioni precedenti è che una delle difficoltà
della net-economy è costituita dalla difficoltà, in un sistema aperto come
quello della rete, di realizzare barriere all'ingresso e la conseguente
necessità di bruciare immense risorse per dare forza al LOGO.

Luigi Mastria