Nazionalismo o chiarezza?

Il post di David sulla globalizzazione mi fornisce l'occasione di dire la
mia su una questione che mi sta particolarmente a cuore ovvero il
proliferare di termini anglosassoni nella nuova economia (e che cos'è
questa nuova economia vi chiederete, a già scusate dovevo dire "new
economy" : ))

A costo di diventare impopolare nella lista o troppo "old" (appunto)
vorrei richiamare la vostra attenzione su questo argomento. Il forsennato
ricorso a parole inglesi precostituite nasconde due pericolose insidie,
che sono l'una la conseguenza dell'altra: la prima è che con una sola
parola si rischia di dire più concetti snaturando il vero significato
della parola stessa, la seconda è che, di conseguenza, si raggiunge
l'effetto contrario alla chiarezza .

La mia visione non nasce affatto dal nazionalismo o da una sorta di
protezionismo linguistico ma dalla consapevolezza che la lingua italiana è
in grado di esprimere correttamente qualsiasi concetto senza il bisogno di
ricorrere ai (orrore) proliferanti dizionari della new-economy.

Capisco, certamente, che l'uso appropriato di termini tecnici da la
possibilità agli addetti ai lavori di "capirsi al volo" senza "sprecare"
inutili (???) parole in più, ma di certo non dico un eresia se affermo che
è di moda infilare qua e la' una parolina anglosassone anche quando se ne
potrebbe fare tranquillamente a meno.

Sarebbe bello dunque, quando possibile, parlarsi nella nostra lingua,
parlare di commercio elettronico, di affari, di tecniche e politiche di
vendita, di pubblicità, di promozione, di fidelizzazione del cliente, di
obiettivo strategico, di bersaglio di mercato, di distanza, di vantaggio
competitivo, di valore aggiunto ecc...; se non ci riuscite consiglio di
prendere quei famosi dizionari della nuova economia e leggerli al contrario

: ))))

Fabrizio
fabrizio.paoloni@tin.it

p.s. il mio vuole essere solo un piccolo spunto per qualche riflessione
tra tanti argomenti complessi.
Un saluto alla lista.