New economy (in tivvu')

Ciao,

e un saluto particolare a Sofia Postai e a Fabrizio Giordan(ino), il cui
intervento ha convertito un'annoiata ma incuriosita lettura di *New
economy in tivvu'* in uno stimolo-risposta degno della piu' naturale ed
effettiva fisiologia della comunicazione: la ricerca di ascoltatori, la
vera natura del segnale che noi emettiamo. (Mi affido in particolare al
coraggio di quelli che hanno voluto conoscere Richard Tull, partorito
dalla mente di Martin Amis in "The Information").

Una trasmissione tv (Asterics) che gettando il proprio sguardo su una
forma del mondo (l'internet - volutamente con elle apostrofo),
ricostruisce il proprio senso tipico in
un luogo a-reale di comunicazione, dove grazie a quello sguardo (tipico)
si raccoglie si attiva e si ascolta un curioso carteggio digitale
(Mlist).

Mi pare che nella forma-mondo dell'Internet, Asterics stia ad
Mlist come la "Vecchia" Economia (dell'entertainment tv) sta alla Nuova
"Economia" (del carteggio dgt). E piu' Asterics fa parlare Mlist, piu' il
Vecchio fa parlare il Nuovo. Il Nuovo, ze niu come dice qlc gnu qlaltro e
cosi' via. Ed ecco la New Economy: *New economy in tivvu'* ...il brusio
della lingua titolava Barthes.. l'opinione si diffonde, filtra e
amplifica. E' la vox populi*, quella che *si vede in tv! e se lo dice la
tv !

che new economy sia.

Ed ecco la New Economy ..in tv. Siamo in onda.
La tv veicola costruisce produce un attribuzione di senso alle cose ed
agli eventi che ancora oggi *funziona*. Funziona come linguaggio, come
veicolo di trasporto di miti, come legittimazione di senso, come mezzo di
comunicazione. La tv e' (mitopoietica). Lo conferma anche internet quando
la tv e' costretta a rappresentare e riproporre L'internet dal proprio
interno, nella propria estetica.

Lo conferma la stessa tv, che con la diffusione e la fruibilita'
del-L'internet, si e' vista costretta a RIADATTARE la propria sintassi (i
tempi e le maniere dei montati) e l'estetica della propria grammatica,
laddove internet (senza elle apostrofo) si RIADEGUAVA televisivamente.
Tutto questo sotto i nostri occhi di fedeli di pionieri di venali di appassionati ..
del binary digit.

eeh, siamo in onda! on screen, sotto la direzione unica di
quell'*efficiente* armoniosa pratica umana, che la modernita' chiama
ancora una volta sentimento, *l'amore per i soldi*, i media per eccellenza
,) Peccato, come diceva/scriveva Roland Barthes,
"non si riesce mai a parlare di cio' che si ama" ,)

Da una parte,
tra le righe di Massimo Pattano avverto la presenza di una
manicheistica visione delle cose, dove Il-Male mistifica
(male) Il-Bene..che invece deve emergere. Da una parte, dicevo, mi ritrovo
complice dell'analisi di Fabrizio: --->
Questo non è un fatto positivo o negativo di per sè. Insomma
esiste una "MYTH EQUITY" della New Economy. E questo è un fatto di cui
dovremo acquisire consapevolezza, visto che le Brand Equity e il successo
delle aziende per cui lavoriamo dipende da questa. Anzi spesso
quest'immagine è stata usata, perche' e' il modo più facile per far
conoscere le proprie iniziative a livello mass media. <---

Credi onestamente, Massimo, che "il msg da far passare sia..." ?
e non che il msg da LASCIAR passare debba continuare ad essere la libera
INTERpeNETrazione dei media, e dei loro linguaggi? Volente o nolente, la
storia della comunicazione rimane storia di conflitti. Conflitti di miti e
poteri, invidie e riscatti, estetiche e funzionalita' ..tanto quanto
storia di sollecitazioni reciproche, di miscele generative di gerghi e
fascinazioni, ..di cambiamenti di poteri che siamo in grado di *stimare*
giusti o sbagliati ..in relazione a i nostri propri *interessi*.

D'altra parte, mi e' inesorabile conservare una sim-patia
per la genuina e romantica parzialita' di Massimo, e mi sento ancora di
credere che: promessa e minaccia prefigurano tanto l'orizzonte di mercato
quanto quello di ogni storia di vita.

Un conflitto e' sempre in base ad un giusto ed uno sbagliato, ad un
negativo ed un positivo che si avvertono ..ad un costo ed un beneficio che
si rapportano ..in relazione a i nostri propri ristretti *interessi*.

"Acquisire consapevolezza dell'esistenza di una "MYTH EQUITY" della New
Economy", come scrive Fabrizio, non mi interessa se il criterio di
operativita' deve essere ubiquitariamente tecnologico, cioe' non puo'
essere pertinente per giudicare del vero e del giusto, o del
positivo/negativo di un fatto. Equity, nel tempo dell'informatizzazione,
e' un termine troppo funzionale e troppo poco sostanziale.

Nell'era dell'in-formazione (o della a-formazione?!), dove
l'informatica non si attiene piu' solo all'elaboratore elettronico, ma
diventa un modo di vivere unitamente al denaro e alla pubblicita', per me,
Fabrizio, significa RICONOCERE un'altra consapevolezza: che la myth equity
della New Economy NON puo' forse essere influenzata e NON si puo' fare
molto per diffondere una cultura e una possibilità di comunicazione piu'
utile e vicina alla realta'.

Quale realta'? utile per chi?
Il processo di personalizzazione della domanda e dell'offerta procede
specularmente e reciprocamente con il processo di globalizzazione delle
stesse. E il processo del divenire della modernita' non ha piu' forma che
nel conflitto di tutti contro tutti.

Cos'e' effettivamente *new economy*?
Cos'e' Nuovo in un'economia che identifica ancora business con
prodotto/servizio? che mira ancora al profitto attraverso l'economie di
scala, che guarda all'oligopolio dei piu' ricchi e potenti e chiama mezzi
di comunicazione i mezzi di produzione (di consenso e di audience)...
Cos'e' Nuovo in un'economia che procede per imitazione, e identifica
ancora la concorrenza con la selezione naturale?

Internet e' stato/e' concausa, insieme ad altri fattori, di un vero e
proprio cambio di paradigma, ma non ancora a livello antropologico
(purtroppo), bensi' nell'ambito della produzione, dello scambio e della
distribuzione di beni e servizi. Le reti sono il veicolo della
globalizzazione dei mercati, non piu' soltanto delle monete e dei capitali
virtuali per definizione, ma anche delle merci, e hanno
favorito quella ristrutturazione delle modalita' e dei processi produttivi
che e' stata individuata come fattore fondante del postfordismo. Non si
tratta di una nuova economia digitale, imperniata sulla produzione di
nuovi beni e servizi immateriali e radicata nel ciberspazio, dove sono
leader le nuove imprese virtuali ma di un nuovo assetto produttivo basato
sull'impresa a rete e caratterizzato da nuovi moduli struttural-organizzativi come
la lean production e l'outsourcing, per esempio.

Leggendovi, e guardandomi intorno, mi sembra di essere in costante fase di
economia e basta, senza nuovi attributi, dove l'invidia (un po'
fisiologica un po' indotta un po' rabbiosa) per i Gabriele Gresta del
momento ..rimane una leva della volonta' imprenditoriale, o della
circolazione di comunicazione (al di la' dei mezzi). Al di qua del Mito,
per fortuna, c'e' sempre chi arriva prima o in alto per congiuntura
fortunosa per zelo per malessere per talento per fantasia... Non
lamentiamoci pero', come l'Antonio di Gabriele Salvatores, che soffre
della mancanza di maestri.

Gabriele Lenzi abbozza:
"Coraggio: tutti i media vanno utilizzati per quello che sono (mezzi di
comunicazione)..... e vanno anche considerati per quello che sono."

quindi???
due righe cosi' sterili dopo una ControGrestata di tre capoversi, piu'
che presunzione, Gabriele, mi fanno leggere il tentativo di un'ambigua
precauzione - da una logica interna di un sistema alogico.. quello del
denaro. Perche' non dire esplicitamente, che in questo quadro economico
pseudoinedito, caratterizzato dalla saturazione dei mercati tradizionali,
Internet (o il Web, o il digitale come convergenza di media), si sta
rivelando un prezioso strumento per raggiungere bacini di mercato
sconfinati o nascosti, permettendo anche alle piccole realta' produttive di essere
presenti sul mercato globale in modo competitivo, e favorendo cosi' una
sopravvivenza e uno sviluppo del tessuto economico locale?

quindi cosa sono i mezzi di comunicazione?
mezzi per farci pubblicita', cioe' per essere ascoltati ..notati, se
preferite. Gia', anche conquistarsi una piccola visibilita' in Mlist
accresce le probabilita' di esser ripescati da un qlunque occhio
interessato/interessante. Per fortuna Gabriele, che Mlist restituisce
anche un'efficacia dello scambio comunicativo ...che la reticenza o
l'allusione non possono che simulare e basta,-)

Celebrazioni, condanne o tautologie sulla comunicazione
attraverso i suoi stessi mezzi, non ci aiutano a comprendere
che si puo' vendere anche diffondendo una cultura e una
possibilità di comunicazione piu' utile e vicina alla realta' (grazie
Fabrizio del pungolo :-) Ma prima di questo grande passo, non e' forse
necessario cominciare a pensare da che parte stare nel mercato?
Coraggio: da che parte state voi della comunicazione?

da quella dell'utente-consumatore-destinatario-fruitore
che obbediente acquista ingloba ammira deglutisce saltella
lecca ...le mani nude di chi senza neppure piu' la maschera
promuove e vende cose inutili e molteplici...

oppure da quella di chi non e' piu' disposto ad inebetire
l'utente, e rischia il salto verso una cultura della qualita' quotidiana
perche' vede in questo approccio un Nuovo modo per amare i soldi ? ,-)

Cogliere il senso di alcune domande e' decidersi per un'attesa o una
scelta. La situazione ha registrato una notevole evoluzione nella
direzione di un'affermazione sempre maggiore di un'economia digitale ed
online e della crescita di una massa critica di utenti, che costituiscono
via via un bacino di consumo sempre piu' appetibile per i pubblicitari: la
valutazione dell'inefficacia della Rete a fini pubblicitari risulta, in
questo caso, inficiata da uno sguardo di brevissimo periodo. Il percorso
sembrava tracciato: la crescita degli introiti derivanti dalla pubblicita'
in rete seguiva l'andamento esponenziale
dell'incremento demografico nel Net, dell'aumento del traffico Web e delle
pagine scaricate...

E' per questo che il mercato pubblicitario appare monopolizzato per i tre
quarti da una ventina, poco piu' poco meno, di siti "pigliatutto"? il
rischio di un oligopolio del ciberspazio, perche' solo i soggetti in grado
di reggere gli ingenti investimenti iniziali e le spese correnti, e di
aspettare il tempo necessario a far maturare i profitti, si possono
permettere la presenza sul Web ...si profilava due tre anni fa..

Oggi che le transazioni economiche digitali sono una realta'
operativa laddove oasi di socialita' restano miracolosamente
sottratte alle leggi del profitto e del mercato, possiamo dire in modo
inequivocabile che l'uso del Net a fini economici, e la presenza di veri e
propri mall virtuali in rete, non hanno alterato la socialita' e la
liberta' espressiva di cui godono gli utenti?

Ricordiamoci che socialita' e liberta' espressiva degli utenti vanno anche
tenute svincolate dalle procedure di targettizzazione, se vogliamo
continuare a sfamare un mercato che chiede quotidianamente pasti diversi...

Il pubblico, gli utenti, i consumatori, quegli stessi individui a cui il
marketing destina sperimentazioni, da cui mutua verifiche mirate e al
quale restituisce la Vecchia logica dello scambio (ti offro quello che
voglio o quello che t'induco), anche attraverso la Rete acquisiscono via
via autonomia dalla prassi di feedback
venditore/consumatore. Volente o nolente l'alfabetizzazione informatica e
telematica, pur a bassi livelli, fa acquisire consapevolezza
dell'esistenza di una "MYTH EQUITY" della New Economy" ..all'utente ,-) Al
di QUA delle mistificazioni degli altri media...

Comprendere che acquisire consapevolezza dell'esistenza di una "MYTH
EQUITY" della New Economy" (da parte dell'utente) e RICONOSCERE la
consapevolezza che la myth equity della New Economy NON puo' forse essere
influenzata e NON si puo' fare molto per diffondere una cultura e una
possibilita' di comunicazione piu' utile e vicina alla realta', mi
permettono di continuare ad inventare nuove soluzioni
attraverso il dissenso, il conflitto e le differenze ..evitando di far
coincidere alla globalizzazione la digitalizzazione. Poiche' credo
che ci guadagnerei solo se ci guadagnassimo un po' tutti, chi piu' chi
meno, utenti commerciali tecnici umanisti imprenditori etc...
O meglio, subiremmo meno le provocazioni dell'invidia a favore di quelle
di un interesse individuale che e' sempre piu' interdipendente
all'interesse collettivo - al di la' di Vecchie dicotomonie
PubblicoPrivato MaterialeImmateriale ProgressoConservazione...

Ma tocca (come sempre? ,-) al mare di piccoli medi soggetti che vogliono
permettersi o mantenere la propria presenza sul Web avviare veramente una
New Economy che acquisisca una fertile consapevolezza della grande
trasformazione sociale che il connubio tra comunicazione e tecnologia ha
imposto? Beh, non certo ai macro sistemi olipolistici ..che hanno gia'
scelto un Web attraverso l'antica e tradizionale maniera di usare
l'economia.

Il futuro ha un cuore antico, diceva Primo Levi ,-)

Il difetto di assimilare la comunicazione telematica,
e l'informazione acquisita tramite netsurfing, a quella televisiva, senza
considerare la fondamentale differenza costituita dalla pluralita' di
fonti e dall'interattivita', cioe' la possibilita', per nulla remota e
sempre attuale, che un qualunque destinatario sempre piu', in ogni
istante, si trasformi in emittente di comunicazione, impedisce agli
addetti del marketing di ascoltare i segnali sommersi che i bacini della
comunicazione riversano nel mare del mercato.

Sta qui la vera cesura qualitativa introdotta dalle nuove tecnologie
digitali nella comunicazione, e qui risiedono le immense possibilita' di
crescita civile e culturale per l'umanita' intera, nonche' il potenziale
democratico di esprimere istanze diverse e scompaginare poteri e assetti
acquisiti ..senza rinunciare a quote di denaro circolante.

Ogni scambio informativo e' una forma di interazione sociale *aperta*, non
rivolta a un gruppo precostituito e ristretto di persone, ma
potenzialmente universale.

Ma allora occorre avere grandi orecchie sull'utenza, sul pubblico?!
Si'. Molta cura dell'utenza. Cura in cui la tv, che intrattiene con la
prodigiosita' del detersivo, con la sofisticatezza di un blob, con la
sensazionale verosimilta' dei tg da decenni, ha sempre investito ...anche
se indifferentemente da un etica del soggetto rappresentato.
Oggi, per il markentig che entra nel territorio sconosciuto
dell'online, la sfida piu' grande, a mio avviso, resta l'utente ..prima
ancora del cliente. Ma la capacita' del mezzo di comunicazione in causa,
di fidelizzarsi gli utenti, resta affidata tanto ai commerciali quanto ai
tecnici.. ed agli *umanisti*. Peccato, non poter ancora
usare la prodigiosa lezione di Internet, e mettersi seriamente a
collaborare ...senza invidie.

Precostituire target, promuovere senza pause induzioni di bisogni e
procedure di definizioni dei profili-utente che si collega, definizione di
flussi di gusti, convincere i visitatori di un sito a ritornare
catturando il loro interesse, o trattenerli per un tempo sufficiente a
convincerli della validita' del prodotto o del servizio offerto, agenti
sfw pronti ad inviare messaggi
pubblicitari appropriati, i database etc... rischiano di sfumare le Nuove
possibilita' dell'economia in se', se non si coglie la *ricchezza*
sommersa che il bisogno di essere ascoltati produce.

L'interattivita' nella pubblicita', per es, implica un canale comunicativo
tra l'azienda e i potenziali utenti, con uno spazio aperto a suggerimenti,
richieste di informazioni e dettagli, problemi, accessibile
all'utenza di rete, e una pronta ricezione da parte del personale addetto
dell'azienda: quello che, nel linguaggio di impresa, si chiama customer
care, e che, se organizzato con personale qualificato, e articolato in
piu' *lingue*, esige l'impiego di risorse notevoli. Viceversa,
un eventuale servizio scadente va a detrimento dell'immagine dell'impresa,
e si rivela, anche in berve tempo, addirittura controproducente.
Educare il cliente che per es. creare e mantenere una NL e' una operazione
delicata che richiede addetti consapevoli (tutti, tecnici commerciali ed
umanisti) e soldi ..sara' il compito di uomini e donne di marketing che
accettano la sfida che la Rete ci sta imponendo, volente o nolente,
una complessa struttura asimmetrica e disomogenea ...proprio
come i suoi utenti.

"Striscioni" pubblicitari digitali, NL logorroiche e sterili spesso
invandenti, eccessi di colori e frenesie d'immagini che tentano di
assimilare la navigazione ipermediale in rete ad uno zapping di tipo
televisivo, funzioneranno sempre meno? Il modello della pubblicita'
televisiva e cartacea, che mira ad essere incisiva e a imprimersi
subliminalmente nell'inconscio dell'utente-consumatore, non si puo'
trasferire sul Web, che oltre a essere un mezzo di comunicazione e' un
ambiente, un contesto relazionale, e in quanto tale fortemente
determinato anche dall'utente, e dalla relazione con lui.

Volente o nolente, nonostante la pubblicita' con le reti telematiche stia
cambiando codici e strategie consolidate in quasi ottanta anni di societa'
dei consumi di massa, anche in virtu' della gratuita' e dell'apertura del
ciberspazio, e nonostante la promozione commerciale
resti il mezzo piu' efficace e meno rischioso (almeno finche' l'utenza di
rete raramente e' disposta a pagare per accedere a un sito) ..volente o
nolente anche gli uomini e le donne di marketing dovranno esplicitare da
che parte stare, come i politici i tecnici i giornalisti gli
imprenditori etc fanno da decenni. Senza vergogna. E con coraggio :)=

Sono dalla parte,
del Nuovo progetto "tecnocratico" che tende a ricercare
un Vecchio ordine mondiale, formalizzandosi sulla Rete dei media ma
restando fermo ad una visione religiosa del mercato?

O sono dalla parte,
di un solo ed unico ubiquitario mezzo di comunicazione
..la digitalizzazione? Come applicazione, e anche di massa,
comportando la convergenza, per es. della radio e della
televisione con l'editoria elettronica, l'informatica e le
telecomunicazioni, costruisce e allo stesso tempo rappresenta il vero
crinale della selezione naturale nella (new) economy. Pero' occhio, attori
di questo cambiamento non sono forse le aziende informatiche e di
telecomunicazioni, i colossi dell'elettronica di consumo, come Siemens e
Sony, dell'entertainment come Mediaset, i fornitori di informazione, le
banche e le societa' finanziarie..? Oltre a questi grandi soggetti
economici, tutto il mare dei piccoli dedito alla comunicazione e'
destinato a fare lo spettatore nel grande processo
di covergenza/fusione in atto?

O voglio essere dalla parte,
di una diffusione della comunicazione (digitale e non) che consenta piu'
scelte, piu' possibilita', maggior diversificazione, che ci dara' piu'
spazio, aprira' piu' frontiere.. quindi piu' soldi potenziali anche per i
piccoli? Ma se voglio accettare questa direzione
devo continuare a prendermi cura indiscriminatamente ..degli utenti ,-)

L'incremento del costo sociale lo pagheremo in tanti, se non recuperiamo
l'umilta' di RICONOSCERE che e' Internet stesso (quale rappresentazione e
costruzione di rischio, sfide, progressi e regressi) a rivelare le falle
di un'economia che non si regge piu' solo sui conti della spesa
e degli algoritmi?

Siamo veramente sicuri che la spinta a mettersi in comunicazione tramite
un computer venga solo da un programmato giro d'affari incurante del mare
di sollecitazioni sommerse che un costo sociale
da pagare per tutti, e in crescita, non riesce piu' a soffocare sotto la
superficie dei numeri?

Si' Sonia, "e' necessario pensarci... e il pensiero
e' piu' difficile della tecnologia :-)"

Coraggio: uomini e donne del marketing (ricco o povero, di ieri e di
oggi), uomini e donne e basta, "nel giro di una frazione di secondo tutto
puo' andare in pezzi. E ogni frammento volare lontanissimo a mistero di
chi, storico del futuro, si domandera':
<>"

facciamoci due conti ,-)

una utente del benessere