Percezione del brand e dell'inflazione.

Cari di lista,

lo spunto per questo intervento mi viene da una recente conversazione con
il Direttore Commerciale Italia di una nota catena di negozi di
elettronica ed informatica consumer.

Sui loro scaffali -mi raccontava- tra
marchi più o meno noti, da tempo riscuotono notevole successo di vendita
alcuni prodotti (carta chimica, supporti digitali, accessori pc e
cavetteria) dal packaging curato e con in evidenza il brand proprio della
catena.

La presa della linea sul consumatore deriverebbe principalmente
dal buon rapporto qualità-quantità e prezzo (per quest’ultimo circa il
20-30% in meno rispetto ai medesimi prodotti di marca) e, nel contempo, il
negozio pare garantirsi un ottimo margine di guadagno che su taluni
prodotti raggiunge anche il 40%!

A giudicare dalle sopra citate cifre ho pensato si trattasse dei soliti
prodotti Made in China o comunque provenienti dal profondo sud della
Terra, realizzati a basso costo grazie ad una manodopera minorile (come
per certi palloni da calcio e non solo) o comunque poco tutelata, ed
invece ho dovuto prontamente ricredermi quando, leggendo meglio sulle
confezioni, ho potuto scorgervi un ben più rassicurante Made in UK.

La grande distribuzione, soprattutto nel food, da anni commercializza
prodotti realizzati per proprio conto da note aziende nazionali, non
gravati da costi promozionali/pubblicitari perciò offerti al pubblico a
prezzi vantaggiosi. In tempi non sospetti, di economia certamente florida
rispetto a quella attuale, cominciarono timidamente ad apparire sugli
scaffali dei supermarket solo pochi prodotti di sicuro riscontro, perché
legati alla cultura alimentare italiana (pasta, olio, pomodoro, conserve,
biscotti). Oggi l’offerta è più vasta, trasversale direi, si va
dall’alimentazione al coiffage, dalla pulizia al bricolage.

I dati annuali provenienti dalla gdo riferiscono un crescente gradimento
(e fiducia) verso questo segmento ove la qualità viene ormai garantita dai
sempre più severi controlli sulla filiera e sulle materie prime, il tutto
mai a discapito del prezzo finale che resta competitivo.

Il consumatore medio, il “propellente della nostra economia” (termine
efficace del nostro Presidente del Consiglio), colui che ha una percezione
infallibile dell’inflazione reale rispetto a quella Istat, è diventato per
forza di cose più accorto nella selezione dei prodotti quando va a fare la
spesa.

“Risparmio” è spesso la parola magica che fa scattare l’acquisto!

Prima c’era esclusivamente il marchio celebre a fare la differenza, perché
sinonimo di qualità indiscutibile. Oggi i criteri di scelta vengono
influenzati da altri fattori, diciamo di tipo più pratico.

Dinanzi a questa rivoluzione dei consumi (cambiamento epocale per il
nostro Paese) come si porrà il mondo della pubblicità? Quali saranno i
valori sui quali dovrà puntare? Come sapranno adeguarsi le aziende?

Titti Zingone

http://www.mlist.it/lista/bigl ietto.html?bdv=1085