Prendersi le proprie responsabilita' aka etica professionale

Leggo in un bell'editoriale di Daniela Brancati su .com che qualcuno (per
esempio Fortune), negli USA, sta cominciando a chiedere conto alle banche
d'investimento degli errori fatti. Mi viene da chiedermi se qualcosa del
genere succedera' in Italia e a questo proposito vi rigiro questo articolo
scritto un mesetto fa).

--
IO NON CI STO!
Come ben sappiamo, Internet non si è rivelata l'incredibile affare che
molti vendevano: ha sì generato fatturati miliardari, ma soprattutto per
chi è stato capace di convincere imprenditori e manager un tempo oculati a
investire cifre con tantissimi zeri in cambio della promessa di miracolose
moltiplicazioni future. Pochi, pochissimi sono riusciti a pareggiare le
incredibili spese (sorry, investimenti) necessarie per produrre un sito
degno di questo nome: pochi, pochissimi si sono chiesti, ai tempi, se
quegli investimenti erano necessari, o quantomeno corrispondevano al
valore ricevuto. Quello che manca oggi non è solo esperienza, know how,
risorse umane: è soprattutto etica professionale. Per seguire la corsa
folle del Nasdaq molti hanno acquistato un Concorde per andare a comprare
il giornale all'edicola all'angolo: ma non dovrebbe essere anche
responsabilità di chi gliel'ha venduto?

Quello che mi meraviglia, oggi, a bocce quasi ferme, è che nella
riflessione che giustamente segue al grande delirio nessuno individua i
responsabili, diretti e individuabili, delle follie commesse. Non conosco
nessuno che abbia personalmente pagato, professionalmente e moralmente,
gli errori commessi. Eppure quei business plan, quei progetti faraonici,
quegli staff sovradimensionati hanno una firma precisa, spesso sono stati
orgogliosamente presentati in convention trionfali, supportati da dati
clamorosamente sbagliati ma certosinamente certificati da qualche
serissima società di ricerca internazionale.

Non cerco vendette, non mi aspetto dimissioni, non è questione di
organizzare una gogna pubblica dove invece di mele marce le vittime della
situazione tirano pallottole di grafici in Power Point e licenze di
software comprati per nulla. Chiedo soltanto, sommessamente, stancamente,
che almeno non paghi chi non ha sbagliato. La nuova parola d'ordine è "si
torni all'esperienza": manager con almeno trent'anni di esperienza,
vecchie logiche, old economy, solidità, gerarchie, razionalità, controllo,
gestione, licenze, reti chiuse, sicurezza. Esattamente le stesse logiche
che hanno ignorato la diversità, umana e professionale, di Internet,
diversità con una sua etica, etica di condivisione e lealtà, molto lontana
dalle logiche dei venditori di fumo. Non hanno sbagliato i "ragazzini" con
il loro entusiasmo: hanno sbagliato i loro genitori che hanno cercato di
venderli per miliardi in un sistema ancora immaturo per generare profitto.

Ci stanno bruciando la possibilità di lavorare in modo diverso, di
costruire un sistema diverso, di proseguire un cammino diverso, in nome di
errori fatti da altri, che non hanno neanche dato le dimissioni. Io non ci
sto, e voi?

(questo testo e' stato pubblicato su Dude e Punto Informatico)
(se non leggete .com e vi interessa vi ricopio l'articolo)

--
"Markets are conversations" - Tesi#1 Cluetrain Manifesto
mafe de Baggis
Daimon s.r.l.
http://www.daimon.it
#ICQ 5304940
Dude - Giornale per Caso
http://www.dude.it