Pubblicità, c'è poco da ridere

Vi ricordate le vecchie pubblicità americane ma anche italiane dove
c'erano sempre persone felici e sorridenti a reclamizzare prodotti e
situazioni?

Ebbene quell'immagine di pubblicità felice oggi non esiste
più. E' ben vero che oggi, in un'epoca di economia depressa e con questi
chiari di luna, c'è poco da ridere. Tantoché si fanno addirittura gli spot
per «far girare l'economia» ma l'unico risultato è far girare le balle ai
consumatori senza più soldi.

Impressionano perciò le pubblicità moderne fatte di persone depresse con
lo sguardo sperso nel vuoto. Nella moda è praticamente la regola, fateci
caso. Prendete ad esempio l'inserto «D-Donna» di "La Repubblica", un
mattone di quasi 400 pagine, in pratica un catalogo pubblicitario farcito con qualche articolo per renderlo meno indigesto.

Guardate la pubblicità: quasi nessun sorride, figuriamoci ridere. Modelli
e modelle sono ambientati perlopiù in capannoni in disuso, fabbriche
dismesse, androni di periferia degradata, garages, discariche. Ma perché?

Le facce vanno invariabilmente dal triste al depresso, dall'annoiato
alll'insofferente, dal disperato all'incazzoso. Non ride più nessuno
neppure nella pubblicità. Non credo sia un buon segno.

Secondo voi perché impera questo modello di pubblicità?