Reputazione e bufale tra giornalismo e blog

Ciao a tutti,

Mafe de Baggis, rispondendo a Roberto Venturini:

Ci sono giornali
ottimi (The Guardian) e blog pessimi (a tonnellate).

A parte il fatto che ci sono giornali migliori di
The Guardian, non potrei essere piu' d'accordo
con questa tua affermazione.

Non sono i blogger
a dire di essere meglio dei giornalisti (anche se fanno spesso e
volentieri le pulci all'informazione): sono i giornalisti a rimarcare -
da ANNI - di essere meglio dei blogger.

Questo e' falso e lo sai bene. Ultimamente stai
diventando mantelliniana, nella tua abitudine
di distorcere i fatti senza ritegno pur di sostenere
i tuoi pre-giudizi (e lui e' paradigmatico gia' da
tempo, direi).

In verita', ci sono pochi giornalisti che demonizzano
i bloggher (e non da ANNI, perche' anni fa i blog
nessuno li degnava di uno sguardo), mentre la maggior
parte si limita a dire che i bloggher come sono oggi non
potrebbero sostituire gli attuali media di informazione
tradizionali. Garimberti compreso, da cui e' partito
tutto questo discorso.

Ma ti invito anche a leggere gli interventi di Luca De
Biase in merito, o a rileggere quanto ho scritto io qui
e altrove, e a considerare quanti giornalisti hanno gia'
un blog, o sulla versione on line della loro testata o anche
in modo del tutto indipendente. Aprono dei blog per
criticarli meglio, secondo te? O per masochismo?

Com'e' che si dice? Excusatio non petita?

Non essere assurda. Non e' un excusatio, e' un
petitissimo contributo a un ampio dibattito sul
citizen journalism e sui blog come produttori
di informazione.

Non credo che tu sul serio lo ignori, penso
piuttosto che tu faccia mantellinianamente finta
di essertene dimenticata; in merito risegnalo a
tutti il saggio "We the media" di Dan Gillmor,
straripreso e stracitato da moltissimi blog, che
in genere ne ignorano le parti piu' moderate e piu'
critiche verso i blog, per riprenderne ed estremizzarne
soltanto le tesi piu' favorevoli al citizen o grassroot
journalism.

Per chi non lo conosce, il testo e' disponibile anche
on line:
http://wethemedia.oreilly.com

E anche qui in Mlist, come si e' visto la discussione
(che non e' partita da un giornalista, ti faccio notare,
ma da un'assurda, astiosa e disinformata filippica di
Ghezzer contro i giornalisti) ha compreso numerose
posizioni estreme che sostengono che l'unica
informazione decente e' quella prodotta dai blog - gia'
oggi, e anche in Italia.

Nessuna scusa non richiesta, quindi, ma contributi
a un acceso dibatitto in corso, dagli Usa all'Italia,
che soprattutto da noi troppo spesso usa toni eccessivi,
spara informazioni false o sbagliate, o ricade nei
soliti beceri luoghi comuni di sempre sui giornalisti,
pur non sapendo nulla di ordine o della categoria, o
di come si lavora.

Io non sono ottimista. E' che non mi piace essere pessimista a priori:
e' mai successo che un blog abbia convinto milioni di persone di una
cosa palesemente falsa? No.

Di nuovo: o ignori troppe cose, o fai finta di non
sapere. La Rete e' sempre stata un terreno molto
fecondo per bufale e per la diffusione anche intenzionale
e malevola di notizie false, anche da prima che i blog
prendessero piede. La Rete forse ha meno
lettori, ma e' piu' facile da usare, aperta a tutti, e
caratterizzata da meccanismi virali molto rapidi.

Anche qui, i testi disponibili non sono pochi.
Cito solo l'ottimo "Web of deception" (2002):
http://www.amazon.com/gp/produ ct/0910965609/
qid=1138148412/sr=2-1/ref=pd_bbs_b_2_1/
103-9557855-9081425?s=books&v=glance&n=283155

O potrei ricordare l'ampio e annoso dibattito
sulla qualita' dell'informazione medica in Rete,
un problema grave, argomento su cui avevo scritto
un servizio gia' nel lontano 2001, per l'ora abolito
Panorama Web. In questo caso l'informazione
volutamente falsa o ingenuamente non professionale
puo' anche uccidere.

E' mai successo che una testata abbia
convinto milioni di persone di una cosa palesemente falsa? Si', da
bonsaikitten alle armi irachene di distruzione di massa.

Lasciamo da parte le fantomatiche armi, questione
che tra l'altro conosco poco, ma rispetto alla quale
direi soltanto che tutto e' partito da rapporti dei servizi
segreti, dalle affermazioni di un presidente degli Stati
Uniti, da quelle di un Premier britannico, e da
valutazioni incerte degli ispettori dell'Onu.

E quindi non e' stata un'invenzione dei giornalisti,
che non erano ne' nelle stanze dei servizi segreti ne'
liberi di girare sul campo, nell'Iraq di Saddam...

A parte questo, che detto cosi' come tu e altri lo
presentate e' puro populismo dal pescivendolo,
tutto quello che sei solo e sempre capace di citare
e' bonsai kitten (2001), una bufala che tra l'altro e'
stata partorita in Rete e che in Rete si e' diffusa
inizialmente, e in cui da noi erano caduti giusto due
o tre testate e qualche parlamentare, se ben ricordo
(in Usa invece se n'era occupata l'Fbi).

Be', considerato che in Italia solo i quotidiani (che
escono tutti i giorni, lo dice parola stessa, con un
sacco di numeri e un sacco di articoli per numero)
hanno un pool di 6 milioni di lettori, una sola bufala
citabile, sempre la stessa, e di 5 anni fa, senza gravi
conseguenze e che era stata smentita abbastanza in fretta,
forse e' segno che il nostro sistema di informazione
non funziona poi tanto male.

Perche' non e' mai successo che un blog abbia creato disinformazione?

Altra "piccola" dimenticanza, Mafe. Il cadavere
portato via dalla polizia di nascosto, alla Diaz
a Genova, secondo l'autorevole e molto ben reputato
Indymedia. Bruttissima invenzione, tra l'altro, alla
quale per alcuni giorni tutti i frequentatori della
blogopalla "impegnata" e direi tutto l'antagonismo
avevano dato retta.

Se i blog non fanno danni peggiori - restando alla
sola Italia - e' soltanto perche' non sono molti, tra
cui pochissimi quelli che fanno informazione alternativa;
inoltre, tra tutti hanno 4 gatti di lettori e sono valutati
con dovuto scetticismo dai media tradizionali.

Perche' un blog e' inserito in un sistema che si basa sulla reputazione
e la reputazione e' quella cosa difficilissima da costruire e
facilissima da perdere.

Vuoi dire, piu' o meno come il brand di una
testata, cosa di cui parlavo qui nella mia prima
mail sull'argomento?

Solo che il marchio di una testata ha piu' storia
alle spalle, e' costato molto di piu', per anni, e
se perde credibilita' e' un dramma. In piu', ogni
notizia e' firmata, con un'assunzione precisa di
responsabilita' da parte di un giornalista (con un
nome e un cognome, di solito).

Il cosiddetto sisstema di reputazione dei blog

  • che secondo me non esiste, o non ancora -
  • e' invece qualcosa di molto effimero, con voci
    collettive confuse che rimbalzano la notizia con
    rimandi da uno all'altro, fino a che non si capisce
    piu' da dove e' partita, ma il tutto risulta con molte
    occorrenze su Google, ripetuto da molti, e quindi
    viene giudicato attendibile.

    Non solo. Le voci dei blog sono legate spesso
    solo a oscuri nick, e in caso di sputtanamento i
    blog possono chiudere e riaprire con un altro
    nome, a costo zero, cosa che un medium mainstream
    non potrebbe mai fare.

    E sarebbe questo, il modello di una reputazione
    in grado di produrre informazioni attendibili?

    Nel giro di una giornata la rete e' piena
    di smentite e prese in giro.

    Come ho gia' scritto tra i commenti del tuo
    blog, rispondendo a Bi.Giorgio alias Giorgio
    Nova, le smentite non sono scontate, non arrivano
    sempre, e piu' spesso si trovano nei commenti e
    non nei post.

    Anzi, del meccanismo di reputazione fa parte
    una grande volonta', tra i bloggher, di scambiarsi
    complimenti reciproci (che migliorano la reputazione,
    appunto), mentre la volonta' sia di criticarsi a
    vicenda sia di ammettere i propri errori e' scarsissima.

    Se sulle testate tradizionali ogni tanto compaiono
    gli errata corrige, io, sui blog nostrani, di post di
    rettifica e di scuse per aver detto tavanate non
    credo di averne mai visti.

    Ripeto: e' un meccanismo che non funziona, almeno
    per ora.

    Quando scrivo una recensione o un articolo invece di farlo leggere a un
    editor lo posto sul blog e su un newsgroup: nel giro di una giornata
    imprecisioni, confusioni e cretinate sono state snidate con una
    precisione micidiale. Prova.

    Quando scrivo io, invece, mi documento in
    modo che l'articolo sia completo e corretto,
    senza bisogno di procedere per try and error,
    come fai tu. O meglio, senza procedere per: scrivi
    quattro cose a casaccio e buttale li' in Rete, cosi'
    in una massa di anonimi sconosciuti forse c'e'
    qualcuno che riesce a correggerne almeno le
    cazzate piu' evidenti.... ;-)

    Poi, Guglielmo Pizzinelli insiste, persiste e calunnia:

    Già il fatto che devi essere pagato è una stupidaggine. Il lavoro è lì,
    leggibile e dimostrabile.

    Quelli di pubblicista e di giornalista professionista
    sono considerati dei lavori. Gli ordini, d'altra parte,
    non si fanno per gli hobbysti. Ed e' difficile sostenere
    che si sta svolgendo un lavoro se lo si svolge senza
    essere pagati.... Non trovi?

    Tutto questo, poi, in un Paese dove basta che conosci il giornalista
    influente e il tesserino dell'ordine ti arriva a casa come la prepagata
    dell' Unicredito.

    Bof... Altra leggenda metropolitana, anzi,
    piccola calunnia da Bar dei Caciari. Conosco
    un sacco di pubblicisti e tutti hanno dovuto
    produrre alla commissione i classici due o piu'
    anni consecutivi di articoli pagati.

    Ne conosco molti altri che hanno dato l'esame
    da professionista. Anche qui, tutti con regolare
    praticantato di 18 mesi (o attivita' riconosciuta
    come equivalente) ed esame per cui hanno persino
    studiato, e parecchio, e a volte non son passati al
    primo tentativo.

    Per come la vedo io, se uno scrive bene e sa come scrivere, che scriva.
    Tesserino o no.

    E infatti, tu scrivi da due anni, no? Qualcuno ha
    mai cercato di impedirtelo? Qualcuno ha mai
    protestato? L'ordine ti ha diffidato?

    E se tu, per dirla con le tue stesse parole, sapessi
    scrivere bene e sapessi come scrivere, ti assicuro
    che dopo due anni ora riusciresti a pubblicare anche
    su testate piu' prestigiose e senza dubbio saresti
    pagato.

    E se cosi' fosse, come prima cosa correresti a farti
    il tesserino...
    ;-)

    Ciao a tutti, Fabio.

    -- Fabio Metitieri - Icq n. 8312289
    "Take me to the movies, 'cause I like to sit in the dark" (Laurie
    Anderson)