Rimborso spese e fisco

Il problema del rimborso spese.

Per i professionisti che fatturano con contributo INPS, IVA e ritenuta
d'acconto, il fisco riconosce un volume detraibile di spese di viaggio e
soggiorno pari al 2% del fatturato annuale. Oltre il 2%, le spese
fatturate al cliente vengono considerate dal fisco come profitto, e
soggette er intero alle imposte. Ciò significa che si viene a pagare le
tasse non solo sui profitti, come è giusto, ma anche sulle spese!

Se il professionista fa un lavoro per cui non deve muoversi la cosa può
essere accettabile. Se invece deve andare in giro per consulenze e
formazione i casi sono due: o il cliente gli paga le spese a parte, oppure
le spese diventano profitto.

La cosa può funzionare ancora se il professionista ha la possibilità di
forfettizzare le spese. Se per fare una consulenza spendo 100 euro e posso
fatturarne 300, ho un ricarico tale da ottenere l'effettivo rimborso spese
e da sopportarne l'incidenza fiscale. Se invece, come spesso accade, è il
cliente a stabilire le condizioni, e pretende che io gli fatturi le spese
sostenute senza ricarichi, allegando le fatture che ioho ricevuto, accade
questo: io spendo 100 e ricevo una fattura di 100. Nella fattura che
emetto al cliente inserisco la cifra di 100, a cui aggiungo l'IVA. Se ho
superato il 2%, il cliente mi paga 120, ma il fisco le considera profitto,
non rimborso spese, quindi ci vado a pagare il 50% di tasse. Se volessi
ottenere il rimborso dei soldi effettivamente spesi (100) dovrei fatturare
200. Ma poiché il cliente vuole controllare che io effettivamente ho speso
100, e al tempo stesso vuole che gliele metta nella mia fattura, ecco che
avendo speso 100 di fatto sono risarcito di 50.

Alcuni clienti propongono il rimborso spese a pié di lista, che significa
una lista fuori dalla mia fattura, dove elenco tutte le spese sostenute e
allego le fatture relative, intestate al cliente. Ma alcuni clienti, pur
proponendo il rimborso a pié di lista, vogliono che comunque includa le
spese nella fattura. La situazione è piuttosto confusa e anche i
commercialisti sono di diverso parere.

Il problema non sussiste quando il valore di una consulenza è molto alto
rispetto alle spese sostenute. Se faccio una consulenza di 4000 euro, e ne
spendo 300 per qualche ristorante e per un po' di benzina, li considero
spese mie, e non sto neanche a fatturarli al cliente. Se invece faccio una
giornata di formazione a Messina o a Udine, compensata con 600 euro, devo
andarci il giorno prima e perdo una mezza giornata che non mi viene
compensata, e in più spendo 300 euro fra viaggi, albergo e ristoranti. Se
devo mettere i 300 euro in fattura, pago tasse su 900 euro, quindi di
fatto ricevo 3-400 euro circa per una giornata e mezza di lavoro!

Io vedo tre soluzioni possibili.

1.. Chiedere al fisco di accettare come tali i reali rimborsi spese,
senza fissare tetti convenzionali (altrimenti mi faccia pagare un forfait
convenzionale, così risparmio il commercialista). Ma dove troviamo la
forza lobbistica di influire sul fisco?

2.. Chiedere al cliente di accettare un vero pié di lista al di fuori
della fattura. Con alcuni clienti è facile, con clienti più istituzionali
o con il Fondo Sociale Europeo è più difficile, perché si ricade nella
necessità di disporre del potere di lobby.

3.. Cercare di lavorare il più possibile a casa propria, magari con le
nuove tecnologie (anche se è bizzarro aver fatto l'Europa per costringere
i cittadini a non muoversi da casa).

E voi? Come vi comportate? Anche per voi è così?


Umberto Santucci
www.umbertosantucci.it