Spamming, ma quanto mi costi...

Salve a tutti,

a proposito di mai indesiderate e del loro costo per l'utente, mi permetto
di inviare a Mlist uno "sfacciato copia-incolla" di un pezzo tratto da
cww.it

Dedicato ai sostenitori del "delicato permission marketing".
Saluti, Gianluigi Ragno

Caro spamming, ma quanto mi costi...

Le e-mail pubblicitarie ci costano 60 mila lire l'anno

Le e-mail commerciali potrebbero costare agli utenti di una casella
di posta elettronica più di 60 mila lire all'anno solo per la connessione.
E' quanto risulta da uno studio commissionato dalla Commissione europea
alla società Arete, e riportato nella newsletter dell'Autorità garante
della privacy.

Lo studio prende in considerazione, da un lato, le tecniche di
direct marketing oggi utilizzate, con particolare riferimento agli Usa,
"patria dello spamming", e dall'altro gli strumenti normativi adottati in
Europa per tutelare i diritti dei navigatori.
Negli Usa, il direct marketing rappresenta ormai il 50% del totale
della spesa pubblicitaria; fra i veicoli pubblicitari, la Rete ha
raggiunto una popolarità legata a tre fattori principali: ridotti costi
della campagna pubblicitaria rispetto alle tecniche tradizionali (posta),
tassi di rendimento dell'attività di marketing compresi fra il 5 e il 15%
(contro lo 0.5-2% delle comunicazioni postali tradizionali), percentuale
di risposte molto più elevata rispetto ai banner pubblicitari (18%, contro
lo 0.65%).

Tuttavia, per fortuna, negli stessi Stati Uniti il fenomeno dello
spamming come strumento di direct marketing è in declino: "sono sempre più
numerosi, infatti, gli operatori che preferiscono ricorrere ad attività di
marketing più corrette anche in termini di protezione dei dati". E non
solo per i "provvedimenti anti-abusi adottati dai fornitori di servizi
Internet" e da provvedimenti di legge più restrittivi, recentemente
adottati anche negli Usa: secondo lo studio, sta assumendo particolare
rilevanza anche la "contro-cultura dell'e-marketing", basata sul concetto
del "permission marketing", o "marketing su autorizzazione": in pratica,
vengono istituiti canali di comunicazione in cui i consumatori vengono
coinvolti su base volontaria, passando per gradi da un rapporto fondato
sull'interesse ad un rapporto basato sulla fiducia.

Il consumatore viene così convinto ad autorizzare una gamma sempre
più ampia di attività di marketing: raccolta di dati sulle abitudini di
vita, su hobbies e interessi, invio di messaggi pubblicitari relativi a
nuovi prodotti e servizi Questo tipo di marketing basato su un approccio
di "opt-in" (ossia, sulla possibilità per il cliente di scegliere se
aderire o meno) è ormai la parola d'ordine fra gli operatori del settore
negli Usa.

Per il momento, comunque, lo spamming rimane ancora al centro delle
tecniche di direct marketing: lo dimostra il numero di prodotti e servizi
finalizzati a facilitare queste attività. Si va dai programmi informatici
(spamware) che raccolgono sistematicamente indirizzi sul Web o provvedono
all'invio di grossi quantitativi di messaggi, a specifiche mailing list,
fino a società che organizzano vere e proprie campagne di spamming oppure
svolgono attività di intermediazione per la vendita di indirizzari.

Se poi veramente - si legge nelle conclusioni - gli operatori
avranno presto a disposizione sistemi che consentiranno di inviare 100
milioni di e-mail commerciali al giorno, e supponendo che siano 200 le
imprese in grado di dotarsi di questi strumenti, i 300 milioni di utenti
Internet potranno ricevere mediamente oltre 60 e-mail pubblicitarie al
giorno. Un bombardamento pubblicitario che comporterebbe un costo medio di
connessione per utente di oltre 30 euro all'anno.

Ipotizzando che il numero di navigatori raggiunga presto i 400
milioni si scala mondiale, "i costi complessivi legati allo scaricamento
di messaggi pubblicitari con le attuali tecnologie si possono stimare per
difetto nell'ordine dei 10 miliardi di euro".

In conclusione lo studio spiega che nel complesso, l'approccio
basato sull'opt-in appare quello piu' adatto alle esigenze di Internet:
consente la vendita legittima di database e favorisce la personalizzazione
dei rapporti fra imprese e clienti online. Ma occorre maggiore chiarezza
sulle procedure di prestazione del consenso online. E la trasparenza
inerente al meccanismo del consenso preventivo deve essere estesa a tutti
gli strumenti utilizzati per questo tipo di comunicazioni. Tutti i
soggetti interessati devono comprendere che le prospettive di crescita del
commercio elettronico subiranno un grave danno se i possibili acquirenti
online dovessero dubitare dell'onestà e della lealtà di chi commercia sul
Web.

(19 febbraio 2001 - 15:54)